Disconnessione e fuga minima Le micro-resistenze della Gen Z
Se pensiamo a un giovane (che per chi scrive e la maggior parte di chi leggerà saranno tutti coloro sotto i 25 anni) lo immaginiamo immediatamente con la sua protesi di device incorporata alla mano, forse anche con due peduncoli alle orecchie. I giovani sono iperconnessi¹, sono nativi digitali ecc., lo sanno anche i muri oramai.
Oltre a essere evidente che il digitale sia entrato nelle vite delle nuove generazioni, dovrebbe esserlo anche il fatto che è dispotico nelle vite dei più anziani, e che nessuno se la cava benissimo a gestirlo.
Problemi di privacy, di phishing, fughe di dati e server ballerini, software sempre più complessi per lavori che prima neanche necessitavano di un pc. La lista è lunga ma credo che il concetto sia chiaro: il rapporto con il digitale riguarda davvero tutti, con ogni tipo di difficoltà.
Ho partecipato recentemente a Napoli a dei “Silent Party"², una serie di eventi in cui ho assistito a incontri di lettura silenziosa, visite collettive a luoghi d’arte, presentazioni di libri. In tutti l’unica richiesta esplicita era di spegnere il telefono. La parola party è forse fuorviante, perchè non si fa festa in silenzio. Si crea un perimetro temporaneo di disconnessione condivisa, si lascia il telefono da parte, e si parla, ci si guarda, tutto il resto.
Mi ha raccontato l’organizzatore che ha proposto gli eventi anche ad adolescenti e che, al momento di disattivare i telefoni, i ragazzi sono andati in difficoltà. Non tanto per un attaccamento allo schermo, quanto per ciò che sarebbe successo dopo. Si è creato un caso diplomatico paradossale: erano i genitori, in gran parte millennial, a chiedere che i figli restassero sempre raggiungibili. Spegnere il telefono voleva dire violare un patto implicito con gli adulti.
Questo articolo è pubblicato su CheFare https://che-fare.com/articoli/disconnessione-e-fuga-minima